Black Tail – Springtime

SPRING

https://miacameretta.bandcamp.com/album/black-tail-springtime

http://www.ondarock.it/recensioni/2015_blacktail_springtime.htm

C’erano una volta i Desert Motel, un affare partito in provincia che nel 2011 acquisì visibilità crescente grazie a “Yarn”, la chiusura del cerchio di un’esperienza terminata troppo presto, proprio quando i tempi sembravano maturi per il salto decisivo.
Cristiano Pizzuti, voce, chitarra e principale autore, non ha mai smesso di scrivere nuovo materiale, di tanto in tanto per lavoro si trova negli Stati Uniti, ama passeggiare per i boschi intorno a Boston, rifugge il caos, ma adora intrufolarsi in tutti i gig serali che si srotolano nell’underground, poi, a notte fonda, rientra a casa e si mette a comporre.

Era tentato di intraprendere un percorso cantautorale, in quasi totale solitudine, e da quell’idea scaturì la preziosa “To E.S.”, elaborata e suonata per ricordare Elliott Smith nel decimo anniversario della sua scomparsa, la scossa giusta per mettersi in  moto e organizzare qualche esibizione in coppia con il fido Simone Sciamanna, già chitarra nell’avventura Desert Motel.
Poi è tornata la voglia di agire all’interno di una vera band, e dall’incontro con la sezione ritmica composta da Luca Cardone (basso) e Roberto Bonfanti (batteria) Black Tail ha assunto le sembianze attuali.

“Springtime”, la title track, è un incantesimo dal quale, in pochi attimi, come per magia, si materializza la migliore sintesi mai realizzata (almeno dalle nostre parti) diSparklehorse e Wilco, un brano che parte dolcissimo e, all’improvviso, si inarca come se ci fossero Glenn Kotche e Nels Cline a supportare tutto il malessere di Mark Linkous.
Ci sono momenti molto delicati in questo disco (“Small Talks” e “Tree Tops”, entrambe con una bella coda strumentale), inizialmente pensati per voce e chitarra (ma “November” resta l’unica interamente acustica) e poi arrangiati full band. Altri risultano più elettricamente diretti (“Love Is A Bore”) con qualche perla di bellezza ben sopra la media (“The Day Before TV”) e persino una piccola deriva simil-psych: in “How To Be Lost At Sea” le chitarre si fanno più aggressive e la voce muta registro.

Concretizzato in soli tre giorni, evitando qualsiasi sovraproduzione, concentrandosi su un suono naturale e spontaneo, che attinge tanto dall’esperienza di Jeff Tweedyquanto da quella dei maggiori cantautori contemporanei, “Springtime” rappresenta un sogno che sboccia, proprio come il fiore rosso immortalato in copertina.
La transizione e il cambiamento sono le principali tematiche affrontate nelle nove tracce, figlie di un songwriting attento, riflessivo e maturo; musicalmente ci si pone invece fra Americana e lo-fi, con sentieri acustici che volentieri si trasmutano in rivoli elettrici, e una studiata alternanza di calma e rabbia che conferisce grande dinamica all’insieme.

Se la scena indipendente italiana è data da molti in fase di stanca, continuano a fiorire fulgidi esempi di produzioni per le quali il mercato nazionale sembra essere davvero troppo piccolo.
Black Tail è una creatura che per capacità compositiva e perizia tecnica merita di crescere e trovare una dimensione che vada ben oltre: sono davvero pochi oggi in Italia a saper calare nella contemporaneità influenze tutt’altro che scontate. Perché saper suonare (e saper scrivere) come Wilco, Elliott Smith o Mark Linkous è roba per pochissimi eletti, baciati da un talento espressivo non comune.

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