Nuovo Split in arrivo: Big Cream / Flying Vaginas (Split) – The Days of Juice and Daisies

Out soon on 7″ Vinyl with MiaCameretta Records.

Recorded and Mixed at VDSS Recording Studio.
Mastered at MOA Studio.
Video Shooting and Editing by Bubi Visual Arts

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The Bidons – Clamarama

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Con dieci anni di esperienza, la musica di questo gruppo campano è ormai strutturata in maniera salda e si colloca (quantomeno come basi compositive) su un genere ben definito. Parliamo del buon vecchio rock ‘n’ roll, stile che ha segnato intere generazioni e, evidentemente, anche i musicisti che trattiamo in questo numero. Tuttavia, rispetto al sound classico del genere, all’interno della musica dei The Bidons c’è davvero tanto altro, un insieme di influenze che durante quegli anni non avevano ancora preso voga.

Il loro sound, che come detto ha la matrice principale del rock ‘n’ roll, si avvale anche di altre sfumature, di altre esperienze sonore sviluppatesi durante gli ultimi decenni, come il noise, il grunge, ma soprattutto il garage e il punk britannico. Insomma, tutti sottogeneri del rock, i quali mescolati insieme, seppur non sia la prima volta che vengono sperimentati all’unisono, producono un bell’impasto musicale, energico e per nulla banale.

Se tutto questo ha stuzzicato il vostro interesse (e vi assicuriamo che dovrebbe), eccovi servita l’ultima fatica discografica dei The Bidons: “Clamarama”, un album di ben 12 tracce disponibile dallo scorso 22 aprile. Un lavoro davvero corposo e di rilievo, dentro il quale si alternano, senza uno schema prestabilito, tutti gli stili musicali di cui vi abbiamo parlato precedentemente, concedendosi anche, non troppo spesso però, qualche sfumatura folk e, magari, pure country.

Clamarama è un’ottima produzione proprio perché, oltre ad essere ben strutturata, non annoia mai, nonostante tratti generi ampiamente utilizzati, ma risulta invece essere sempre un’allegra, energica e piacevole compagnia.

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Sky Of Birds – Blank Love

sky of birds vinyl

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Sono trascorsi due anni dal primo EP degli Sky of Birds (River Flows Free, Lakes Just Agree), che convinse per la raffinatezza dei suoni e l’incredibile estro del quintetto laziale, capace di mescolare umori e suoni su traiettorie non sempre lineari. I Nostri erano attesi al varco con questo primo album e non hanno deluso, potendo vantare un background musicale così variegato da permettere loro di risultare immediati ed allo stesso tempo indecifrabili, come un dipinto impressionista. Nulla, però, è affidato al caso: tutto è ben calibrato, cangiante, in continuo divenire.

Un progetto acerbo, ma che corre veloce sulle gambe di chi ha raggiunto una consapevolezza artistica rintracciabile sulle strade polverose che portano al più nostalgico Neil Young così come alle suggestioni noir di un consunto Mark Lanegan. Elementi che ritornano con forza in Blank Love, animato da uno spirito psych-folk che sconfina nei più recenti Wilco di Star Wars. C’è sicuramente un’essenza più black ad animare queste nove tracce di “vuoto (non) amore”, in alcuni passaggi sofferte come il Tim Buckley di Goodbye and Hello: basti pensare al lucido incedere di The Scary Days of A Blank Love, sorretta da intrecci chitarristici essenziali ma di grande efficacia che dilatano fino all’inverosimile le atmosfere desertiche del brano. Si gioca con i pieni ed i vuoti, offrendo piccole scariche elettriche (Deceivers) in stile The Snails, concedendosi il lusso di rallentare i bpm (Before You Get Sucked) sulla scia ammaliante dei Pavement di Brighten the Corners, il tutto sostenuto da un cantato ineccepibile, cupo ed immaginifico.

Eppure non è soltanto una questione di specchiarsi in un certo mood musicale: gli Sky of Birds mostrano d’avere piena consapevolezza dei propri mezzi, solidità e sicurezza da veterani. Ancora una volta instancabili le chitarre – saettanti ed inafferrabili – in Lifted, più evocative, invece, inThings Some People See, fragili come l’atmosfera ricreata da una ballata psych-folk tipicamentelaneganiana. A chiudere il cerchio i ritmi lenti ed ipnotici di Every Vampire, ultimo episodio di un album capace di tenere incollato l’ascoltatore alle sofisticate stratificazioni sonore e – in egual misura – alle deflagranti cadute negli abissi di un amore effimero.

Blank Love è la colonna sonora di un viaggio notturno in autostrada, la promessa di una primavera che tarda ad arrivare.

Big Cream – Creamy Tales

CREAM

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Non avevo mai sentito nominare i Big Cream fino all’altro giorno. Immagino nemmeno voi, prima di un minuto fa. Niente di male, sarebbe strano il contrario. I Big Cream sono tre ragazzi appena sopra i 20 anni, arrivano da Zola Predosa, paese della periferia ovest di Bologna con cui la mia vita si è stranamente intrecciata a più riprese negli anni e la loro pagina facebook – attualmente ritenuta dai più autorevole unità di misura del pubblico apprezzamento – interessa a 194 persone in tutto. A me li ha presentati Federico, uno dei ragazzi che gestisce la More Letters, etichetta che ha base tra Bologna, Roma e Bari con – cito testualmente – una passione per le lettere scritte a mano, pratica che viene tradotta in musica attraverso la pubblicazione di audio cassette. Qualche tempo fa Federico mi aveva gentilmente spedito due cose fatte uscire da loro, gli ep di Homelette e Barbados. Mi ero prefisso di scrivere qualcosa perché la musica che usciva da quei nastri mi era piaciuta, così come avevo apprezzato la filosofia alla base dell’etichetta. Volevo raccontare una storia che includesse le mie vecchie BASF C90, un disco ogni lato, la Maple Death e la Best Kept Secret, giusto per provare a scoprire che fine abbia fatto oggi Alessandro, solitario ed eroico pioniere vicentino. Ma poi ho lasciato perdere.
A proposito dei Big Cream, Federico mi ha scritto che hanno un suono molto anni ’90. Cito di nuovo alla lettera: fuzz a secchiate, muri di ampli, voce svogliata. Tutto vero, inutile che cerchi altre parole per descriverli. A me non è che gli anni ’90 abbiano lasciato un gran ricordo, l’ho anche scritto qualche tempo fa, ma se ci sono delle cose che conservo care di quel periodo sono proprio queste: fuzz a secchiate, muri di ampli, voce svogliata e – aggiungo – carichi di melodia a pacchi da 6 distribuiti nei punti giusti.
Il titolo della canzone che apre il loro primo disco, un ep a sei tracce in uscita per More Letters su cassetta eMiaCameretta Records su cd, è un palese omaggio ai Dinosaur Jr. Si chiama What a Mess, frase che è il ritaglio di un verso di Freak Scene. Penso che certe canzoni pur legate a filo doppio al tempo in cui sono state scritte in effetti un tempo non ce l’abbiano per nulla e penso anche che quelle canzoni siano dotate di una immensità propria che è tale in rapporto all’importanza che rivestono per chi le ascolta. Meglio ancora: la loro bellezza è totalmente soggettiva. Che è poi l’unica bellezza vera e viva, il valore che ognuno di noi attribuisce ad esse. Mi viene da ridere quando leggo qualcuno che descrive una qualunque musica definendola derivativa. Tutto è derivativo. Potrei tirare in ballo un’ovvietà: la discriminante non è quanto si sia derivativi ma da che cosa si deriva e da come lo si fa. Dipende dalle canzoni. Palese scemenza di cui spesso tendiamo a dimenticarci per correre dietro a qualche cazzo di hype del cazzo.
Ricordo perfettamente la prima volta che ho ballato Freak Scene dei Dinosaur Jr. Ero allo Slego di Viserba, un sabato notte di un’altra era geologica. Freak Scene era una delle mie canzoni preferite di allora ed è una di quelle che nel tempo si sono consolidate nelle mie preferenze, caricandosi di nuovi colori anziché sbiadire. Oggi potrei dire che è una delle mie canzoni preferite di sempre. Figuriamoci se mi preoccupo di trovare derivativi dei ragazzi giovanissimi che oggi replicano a modo loro quei suoni. Freak Scene uscì su singolo per la SST nel settembre del 1988, un mese prima di essere piazzata come pezzo di apertura di Bug e un quinquennio in anticipo rispetto alla data in cui i tre Big Cream nacquero. Secondo Everett Truequella è la canzone che ha inventato la generazione slacker.
I Big Cream partono da lì, non so dove arriveranno e nemmeno mi importa. L’effetto che mi fanno ora mi basta. La prima volta che ho ascoltato il loro demo erano le sette e mezza di una gelida mattina di dicembre e come ogni mattina a quell’ora stavo guidando sulla tangenziale nord di Bologna. Arrivato alla terza canzone più o meno all’altezza dell’uscita 5, avrei voluto accostare la macchina sulla corsia d’emergenza, scendere e cominciare a ballare, come quella sera di tanti anni fa a Viserba. Non l’ho fatto perché altrimenti sarei arrivato tardi a lavoro e probabilmente mi sarei congelato sul ciglio della strada.
Le sei canzoni sotto sono l’anteprima di Creamy Tales, disco che troverete tra qualche giorno sui siti di MiaCameretta Records e More Letters Records.
Buon ascolto.

Astolfo Sulla Luna – Ψ²

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http://www.rockit.it/recensione/33010/astolfosullaluna

Indeterminatezza e illusione, caos e ineluttabilità dell’errore, come meccanismi regolatori della vita e, in questo caso, anche come fondamento concettuale del rock, di certo rock. Gli Astolfo Sulla Luna, infatti, applicano alla loro concezione di musica le spietate e imprevedibili dinamiche dell’esistenza (e dell’Universo tutto, aggiungerei) per sonorizzare quel dilaniante stato d’angoscia che da sempre strangola questo nostro pianeta balordo e dal quale difficilmente sarà possibile uscirne indenni.

E per farlo quale strumento migliore di una raffica di sberle soniche, cariche di noise rock urticante e scarnificanti declamazioni in salsa hardcore? Ascoltare le dieci tracce cingolate di “Ψ²” sarà un po’ come lasciarsi stordire da un mix micidiale di Massimo Volume, Black Flag, Slint, The Death Of Anna Karina e CCCP, qua e là decongestionato da estemporanee dissertazioni math e free jazz (“The dry salvages”, “Gödel”, “Ibis Redibis Non Morieris In Bello” su tutte). Ecco, e per fortuna che ci sono queste ultime ad alleggerire provvidenzialmente i (fin troppo) lunghi 40 minuti di questo disco – il terzo per il trio campano – in più frangenti a serio rischio di cortocircuito, vuoi per la ripetitività di schema vuoi per l’assetto volumetricamente prevaricatorio della musica sulla voce, pur acuminata, di Rosalia.

Un lavoro altalenante, dunque, per resa sonora e armamentario lirico, dove accanto a strofe illuminanti (“Il tempo non guarisce nulla” – “The dry salvages“ o “Avere il mondo davanti agli occhi e chiuderli” – “Germi”) ritroviamo ben più familiari grida di abisso e disperata deriva o dove anche talune accorte citazioni cinematografiche (alcune tratte da “La notte” di Michelangelo Antonioni, film anch’esso incentrato sull’assurdità delle leggi che regolano il mondo – “2 A cos(π/2)”), quando incastrate convenzionalmente tra le lamiere contorte del suono, sembrano rimarcare i contorni del déjà-vu.

Black Tail – Springtime

SPRING

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http://www.ondarock.it/recensioni/2015_blacktail_springtime.htm

C’erano una volta i Desert Motel, un affare partito in provincia che nel 2011 acquisì visibilità crescente grazie a “Yarn”, la chiusura del cerchio di un’esperienza terminata troppo presto, proprio quando i tempi sembravano maturi per il salto decisivo.
Cristiano Pizzuti, voce, chitarra e principale autore, non ha mai smesso di scrivere nuovo materiale, di tanto in tanto per lavoro si trova negli Stati Uniti, ama passeggiare per i boschi intorno a Boston, rifugge il caos, ma adora intrufolarsi in tutti i gig serali che si srotolano nell’underground, poi, a notte fonda, rientra a casa e si mette a comporre.

Era tentato di intraprendere un percorso cantautorale, in quasi totale solitudine, e da quell’idea scaturì la preziosa “To E.S.”, elaborata e suonata per ricordare Elliott Smith nel decimo anniversario della sua scomparsa, la scossa giusta per mettersi in  moto e organizzare qualche esibizione in coppia con il fido Simone Sciamanna, già chitarra nell’avventura Desert Motel.
Poi è tornata la voglia di agire all’interno di una vera band, e dall’incontro con la sezione ritmica composta da Luca Cardone (basso) e Roberto Bonfanti (batteria) Black Tail ha assunto le sembianze attuali.

“Springtime”, la title track, è un incantesimo dal quale, in pochi attimi, come per magia, si materializza la migliore sintesi mai realizzata (almeno dalle nostre parti) diSparklehorse e Wilco, un brano che parte dolcissimo e, all’improvviso, si inarca come se ci fossero Glenn Kotche e Nels Cline a supportare tutto il malessere di Mark Linkous.
Ci sono momenti molto delicati in questo disco (“Small Talks” e “Tree Tops”, entrambe con una bella coda strumentale), inizialmente pensati per voce e chitarra (ma “November” resta l’unica interamente acustica) e poi arrangiati full band. Altri risultano più elettricamente diretti (“Love Is A Bore”) con qualche perla di bellezza ben sopra la media (“The Day Before TV”) e persino una piccola deriva simil-psych: in “How To Be Lost At Sea” le chitarre si fanno più aggressive e la voce muta registro.

Concretizzato in soli tre giorni, evitando qualsiasi sovraproduzione, concentrandosi su un suono naturale e spontaneo, che attinge tanto dall’esperienza di Jeff Tweedyquanto da quella dei maggiori cantautori contemporanei, “Springtime” rappresenta un sogno che sboccia, proprio come il fiore rosso immortalato in copertina.
La transizione e il cambiamento sono le principali tematiche affrontate nelle nove tracce, figlie di un songwriting attento, riflessivo e maturo; musicalmente ci si pone invece fra Americana e lo-fi, con sentieri acustici che volentieri si trasmutano in rivoli elettrici, e una studiata alternanza di calma e rabbia che conferisce grande dinamica all’insieme.

Se la scena indipendente italiana è data da molti in fase di stanca, continuano a fiorire fulgidi esempi di produzioni per le quali il mercato nazionale sembra essere davvero troppo piccolo.
Black Tail è una creatura che per capacità compositiva e perizia tecnica merita di crescere e trovare una dimensione che vada ben oltre: sono davvero pochi oggi in Italia a saper calare nella contemporaneità influenze tutt’altro che scontate. Perché saper suonare (e saper scrivere) come Wilco, Elliott Smith o Mark Linkous è roba per pochissimi eletti, baciati da un talento espressivo non comune.

Blonderr – Corporate Standards

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http://www.rockit.it/recensione/29807/blonderr-corporate-standards

Ormai da qualche anno sinonimo di qualità e passione per le cose fatte fatte in un certo modo, Mia Cameretta Records torna a far parlare di sé stampando l’esordio dei Blonderr, band frusinate concittadina dei superlativi Flying Vaginas. Se questi ultimi si erano fatti apprezzare per la giusta attitudine e un encomiabile stile nell’interpretare gli stilemi di certo rock di matrice anglosassone, i primi non si discostano poi così tanto dal solco tracciato dai compagni di scuderia, aggiungendone elementi di sicuro interesse.

Primo tra tutti, un’irruenza garage che ben si sposa con le trame di shoegazing chitarristico ordite da Lorenzo Vermiglio e Alessandro Mezzone (“More Drugs Blue Sky”), in secundis, una vena psych (“Sonoma”) che non può non ricordarci un’altra ottima formazione italiana, quei Sonic Jesus che così bene stanno facendo in giro per l’Europa. Solido e strutturato, “Corporate Standard” ha dalla sua il pregio di restituire un’invidiabile pienezza nei suoni ed una dinamica che eleva questo lavoro ben al di sopra della media; se a ciò aggiungiamo una buona scrittura ed una tecnica d’esecuzione più che dignitosa capiamo , sin dalle prime note, che ciò che sta girando nel nostro lettore è davvero un disco al quale concedere molto più di un distratto ascolto.

“Music For Elevators” flirta con il glam, “Out of the Way” è noise rock declinato in salsa hard’n’heavy e se gli Oasis sapessero che oltre la terza tacca del distorsore c’è ugualmente vita, scriverebbero sicuramente qualcosa di molto simile a “Jet Set”. Tutta da standing ovation la chiusa con gli oltre quattro minuti di “Red Giant”, una sorta diPixies seviziati e stuprati dai Cows. Un album con una matrice ben definita, un sostrato facilmente (ri)conoscibile e, buon’ultima, otto brani che si lasciano ascoltare come un continuum e non come una schizofrenica accozzaglia di brani senza un filo conduttore, non è poi una cosa così scontata. Ottimo esordio.